2 gennaio 2013 - Testimonianza don Davide 3/3

Pubblicata il 5 marzo 2013

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Ora vorrei dirvi alcune cose sulla vita che faccio al km 7: due giorni alla settimana insegno in un istituto di teologia alla periferia di Belem, a circa 70 km; gli altri giorni della settimana li trascorro tendenzialmente al km 7. A volte vado a celebrare la messa in altri luoghi mentre partecipo a diversi incarichi nella diocesi relativi alla formazione dei diaconi e agli incontri culturali. La diocesi di Belem, infatti, ha un solo teologo: io (almeno, intendendo un laureato in teologia). Per questa ragione, in qualsiasi incontro culturale cui si vuole invitare la gente, devo partecipare e cerco di parteciparvi. Quando sono libero dall’insegnamento, il tempo che ho lo passo al km 7, ma nel frattempo cerco di prepararmi per questi incontri.
Per ora voi avete visto (male) alcune foto della mia casa, ora possiamo vedere alcune foto di altre case.
Chi ha ascoltato la mia omelia nel giorno di Natale a Sulbiate e qui a Bernareggio, avrà sentito parlare di alcune bambine: ecco, questa è la casa e questa è la mamma, di 27 anni, di queste tre bambine. La casa non è finita, non ci sono nemmeno le finestre o il pavimento 

Questa è la foto di una casa vicino a me ed è interessante perché in Brasile si riesce a capire quante persone vi abitano dalla quantità dei panni stesi: tenete presente che il loro guardaroba non è come il nostro, per cui se ci sono due o tre magliette, facilmente indicano due o tre figli. 

Questa è una delle case più povere che io abbia visto là: una stanza in cui abitava una famiglia che ora si è trasferita. Le famiglie si trasferiscono spesso perché la gente non ha la macchina, non ha la moto e molti non hanno nemmeno la bicicletta quindi, se trovano un lavoro, cercano di abitarvi il più vicino possibile e quindi si sposta tutta la famiglia. Per questo è difficile anche pensare a qualcosa o formare un’aggregazione perché le persone cambiano facilmente di casa. Questa è una famiglia che abitava qui da poco tempo e adesso si è già trasferita: in una stanza vedete le pareti di mattoni, senza bagno perché era fuori, e qui ci vivevano marito, moglie e quattro figli. Questo per darvi un’idea, lo ripeto, sulle case in quel congiunto, non sto dicendo in tutto il Brasile. 

I bambini sono stati i primi che mi hanno avvicinato: il primo giorno avevo la casa piena di bambini curiosi che venivano a vedere. Questi sono i bambini vicini di casa che sono sulla pianta del mio giardino.
I bambini più piccoli, come vi dicevo, spesso hanno solo le mutandine e non hanno nient’altro e vivono fuori casa. Non ci sono pericoli, per cui stanno fuori fino alle sei di sera, quando viene buio e tutti si ritrovano in casa.

I bambini e le famiglie
Ho sentito recentemente di una ricerca che hanno fatto in Brasile: diceva che l’età media alla quale una donna ha il primo bambino, in Brasile, si sta alzando da 23 a 26 anni. Qui dove vivo io, invece, e più o meno in tutta quella zona, non è proprio così: qui in questo congiunto, per esempio, abita Camilla: una ragazza di 19 anni con tre figli. Io l’ho aiutata a costruire una stanza dove vive con il marito, o meglio il compagno, e in una stanza stanno loro con i tre figli.
Nella foto più sotto ci sono tre bambini: sono i tre figli, Luana, Gustavo e Maria che hanno 7, 5 e 2 anni, che la mamma di 23 anni ha lasciato. Dopo 10 anni di convivenza con il compagno, non ce l’ha fatta più ed è andata via lasciando appunto questi bambini.
Accade purtroppo che i 15 anni, soprattutto per una ragazza, siano un’età veramente molto sentita. Spesso vogliono celebrare una messa e fare una festa, perché i 16 anni sono l’età a cui una ragazza è pronta per un fidanzamento ufficiale. Spesso, al di fuori del fidanzamento ufficiale, alcuni ragazzi hanno un bambino: naturalmente sono relazioni e rapporti che difficilmente hanno una continuità. I bambini vengono dati ai nonni, a volte vengono dati ai padrino o ad altre famiglie che li allevano come fossero figli propri.
Magari un giorno, dopo 15 o 16 anni, questi figli vogliono rivedere il papà o la mamma per cui vanno a cercarli. È incredibile l’affetto che coltivano verso i genitori reali, senza nemmeno averli conosciuti.
Allora cosa succede? Spesso le famiglie sono complicate. L’idea di famiglia è infatti diversa perché, se io ho un figlio a 16 anni, ne ho un altro a 19, poi mi metto insieme ad un uomo che diventerà il compagno della mia vita, anche lui con già due bambini, si formano queste famiglie tutte un po’ così difficili.
Penso che sia anche per questo che qualche volta nelle famiglie succedano delle violenze perché non c’è stata una crescita insieme. È per questo che ci sono anche delle quasi-bambine, ragazzine (io ne ho conosciuta una proprio lì), che a 13 anni, pur di uscire di casa, accettano di mettersi insieme ad un uomo di 23-24 anni.

Ho già ripetuto varie volte in questi giorni, quasi come una battuta, che la bambina che abita davanti a me, o meglio davanti a me abita sua nonna e questa bambina di 10 anni va a casa della nonna, mi ha chiesto: "Quanti anni hai?" Quando io gli ho detto 42, la sua risposta è stata: "Come la mia nonna!" Abbiamo poi scoperto che lei è diventata nonna a 33 anni.
Ci sono quindi tanti bambini che vengono gestiti dai nonni o dalla nonna. C’è Hilary, per esempio, che ha 11 anni: è una bambina bellissima che vive con la nonna. Il papà è in carcere, la mamma è morta. E questa donna, la nonna, ha già perso due figli, uccisi, una figlia che è morta per malattia, mentre un altro figlio è in carcere e l’ultimo son più le volte che è ubriaco di quelle che sta bene. Purtroppo anche il fenomeno dell’ubriacatura e delle droghe è molto presente e, al bere, è associata la violenza che portano in casa, soprattutto gli uomini, ma non solo gli uomini.
Ho ascoltato una storia da una donna, proprio poche settimane prima di tornare in Italia, così dura e di sofferenze e violenze subite che, fisicamente, stavo male e non volevo più ascoltare. È stata anche la prima volta nella vita che mi è capitato di vergognarmi di essere uomo, maschio, sentendo tutto quello che ha passato quella donna.

Un altro aspetto a proposito delle donne e degli uomini che ho scoperto è che non è facile avere un lavoro. Ci sono dei lavori, ma non è facile averne uno regolare. E si può trovare un lavoro, ma non è scontato che l’uomo che lavora e che ottiene un salario (il minimo sono 680 Real, poco meno di 300€ al mese), porti a casa questo salario e lo condivida con la moglie. La brava moglie è quella che, senza chiedere nulla al marito, si arrangia a trovare mangiare e vestiti per i figli. Ancora una volta non dico che è sempre così, naturalmente, ma io ho visto questa cosa e ho anche capito il senso delle lotte dei movimenti femministi in Europa a proposito del diritto al lavoro. Ci sono uomini che quando la donna trova un lavoro, o la minacciano di lasciarlo o se ne vanno perché è chiaro che se io sono l’unico che lavora, tu dipendi in tutto da me. Ci sono donne che usano questa espressione: "Io sono la mamma e il papà dei miei figli" o "Soltanto io e Dio abbiamo allevato questi figli". Oppure, altra espressione: "Io sono la donna vittoriosa" cioè che combatte, che ha lottato e che ha vinto nella vita.

A proposito dei figli ho sempre sentito, per il momento, che sono considerati una benedizione. Anche i figli di gravidanze indesiderate, o addirittura sofferte. 

Per chi ha ascoltato la mia omelia, la bambina sulla sinistra è quella che, quando gli ho chiesto: "Cosa vorresti per il giorno della festa dei bambini?", mi aveva detto con la testa bassa, quasi senza parlare: "La bicicletta!"
È sempre molto triste, questa foto sono riuscito a fargliela vicino a casa sua dove si sentiva più a suo agio. 

Questa è un momento di festa, la festa di giugno, detta anche festa di San Giovanni, dove usano travestirsi e ballare.

Una parola sulla comunità cristiana: al km 7 la comunità è molto semplice, non ha struttura. Vi ho detto la storia di questo congiunto, è nato così, sono famiglie scacciate da un’invasione che il vescovo ha accolto alloggiato in queste case, che hanno ricevuto e che man mano pagano, almeno chi può permetterselo. Qui viveva appunto padre Mario, e dico padre perché "don" in Brasile si usa solo per i vescovi, quindi don Carlos è il vescovo e anch’io sono padre Davide. Insieme a padre Mario, qui in questo congiunto, suor Juan Francisca ha fatto la stessa scelta di vivere con questa gente povera. È una persona squisita con la quale mi trovo molto bene; mi sta aiutando moltissimo e lei è un po’ il punto di riferimento di questa comunità cristiana. 

Quando hanno costruito questo congiunto, hanno fatto la scelta di costruire la scuola prima della chiesa, preoccupandosi di dare una formazione ai bambini; il salone della scuola, allora, diventa il salone per celebrare la messa. La scuola è diocesana, nel senso che la struttura è della diocesi, ma il personale è scelto e pagato dal comune, dalla prefettura, questo mi dà comunque la possibilità di entrare nella scuola con facilità. 

Questo è stato un bel momento per la comunità. In agosto abbiamo celebrato la prima comunione di una donna di 27 anni: poche persone ma nessun parente. Lei vive al km 7 con sua figlia, ma non ha mai conosciuto il proprio padre. Ebbene, questa donna è scoppiata a piangere perché, quel giorno, era proprio la festa del papà in Brasile, non è stato scelto ma è capitato così. Lei ha notato una singolare coincidenza dicendo: "Io non ho mai avuto il papà: ricevere la prima comunione proprio nel giorno della festa del papà è il regalo più bello che potessi avere." 

Questa foto è stata scattata subito dopo la celebrazione: sono Luana e Maria. Maria ha 7 anni e fa da "mamma" a Luana e al fratellino più piccolo; il papà ogni tanto lavora e la mamma di 23 anni, appunto, li ha lasciati stanca delle violenze: immaginate una ragazzina di 13 o 14 anni che si è messa con quest’uomo, probabilmente ha vissuto tutta l’adolescenza in quel modo, e poi non ha più voluto continuare.
 
Questi sono vari momenti della vita del catechismo e della scuola. 
Un giorno siamo andati in gita a Belem, praticamente in un parco. Appena siamo arrivati, un bambino mi dice: "Ah, siamo arrivati in Italia!" 

Qui nel cortile della scuola stiamo giocando con una corda: stavamo improvvisando un’arrampicata su questa costruzione.
Qui il gioco della corda che ho portato e tutti hanno apprezzato molto. 

Queste sono alcune foto dei giovani. 

Loro al km 7 non hanno niente, nel senso che qualcuno lavora, ma sono pochi, mentre altri studiano. Il contributo che io ho chiesto per la Giornata Mondiale della Gioventù è simbolico: 5000 euro sono pochi per pagare il viaggio, ma io volevo che loro stessi si impegnassero a lavorare, a fare, a vendere, per riuscire a partecipare a questa Giornata. 

Una volta quella suora di cui vi ho parlato mi ha detto: "Il brasiliano, in fondo in fondo al suo cuore, si sente impotente". L’ha detto lei che è una brasiliana, io non posso giudicare queste parole, ma ogni tanto me ne ricordo e mi viene da pensare perché la sensazione è che loro vivano alla giornata. Il loro obiettivo è vivere, in molti non c’è l’idea di un futuro o di un progetto: viviamo.
E se non si ha speranza, non si può cambiare e non si hanno sogni: tutto è oggi e si cerca di vivere, di racimolare due soldi, di mangiare. Penso, non so se sbaglio, che questo sia anche il frutto, o in qualche modo sia legato, con il clima: lì è uguale tutto l’anno, quindi non cambia niente, è sempre così.
E allora, come diceva don Luca all’inizio, questo viaggio che faremo a Rio de Janeiro, che poi è l’incontro con il Papa, indica che la chiesa scommette sui giovani e li convoca, a me piace molto quest’idea: il Papa non convoca i grandi della terra per annunciare il Vangelo, ma i giovani. D’altro canto qui, in questa realtà, un’esperienza del genere acquista un valore simbolico perché, per una persona che non ha nulla, che vive un senso di impotenza, che vive un po’ alla giornata, il mettersi a lavorare per un progetto che lo porterà ad incontrare il Papa da lì a un anno, è una cosa difficilissima. Partecipare alla Giornata Mondiale della gioventù non vuol dire pagare, come facciamo noi se hai i soldi, o rinunciare a qualcosa, ma vuol dire arrangiarsi. Bisogna allora stargli vicino, programmare e pensare a quali iniziative proporre. Loro amano molto il gioco della tombola nei momenti di festa, la lotteria: allora monti un gazebo, fai una baracca, vai nel giorno della festa di indipendenza o della festa di Maria un lavoro enorme! Alla fine racimoli 25-30 real a testa, e ne occorrono 1500 a testa. Tutto questo, sapendo che loro non hanno la macchina per cui devi andare tu a portarli in un luogo o in un altro, standogli dietro. Non è come qui in Italia che possiamo permettercelo con più facilità.
Per me questa esperienza acquista un significato simbolico, e questo fa pensare: è chiaro che la tentazione di tutti è dire: "Sistemiamo la casa a quella signora" oppure "Non ha la bicicletta? Senti ne ho a casa una io lasciata in cantina da mio figlio che non usa più, diamogli la bicicletta". È vero! Ma se uno si sente impotente o di non essere in grado di fare nulla, se uno non ha un sogno, come si può sentire vedendo uno che va là e gli fa tutto? Che lui, ancora di più, non è capace di far niente o, come anche la religione in qualche modo là suggerisce, che si aspetti solo un miracolo, quel miracolo che cambia la vita, ma che deve venire giù dal cielo.
L’aiutare, quindi, non è cosa semplice. C’è una famiglia che si è preparata in un centro missionario a Verona l’anno prima che io partissi, ora si trovano in Bahia (uno stato nel centro del Brasile) con alcuni preti dell’Emilia Romagna. Questa famiglia si è affiancata a questi preti che da anni hanno fatto la scelta di non aiutarli in nessun modo con i soldi, perché dopo tanti anni si sono accorti che non è il modo migliore per aiutarli. Io, personalmente, per il momento penso a questa cosa. L’aiuto che offro è a volte una medicina, un affitto che non riescono a pagare, una mamma che sta male e non può lavorare per i tre figli: allora gli compri riso e fagioli, che è il piatto tipico quotidiano. Verrebbe da dire, ma si, cosa ci vuole, mettiamogli
però serve sempre una riflessione più complessa.

Padre Mario, al km 7, ha costruito invece con una Fondazione, una fabbrica che dà lavoro a circa venti donne, chiamata "La samaritana" perché sono tutte donne sole che hanno avuto storie drammatiche con vari mariti. Praticamente è una fabbrica di patatine che dà lavoro a queste donne che sono associate: non hanno quindi un padrone, ma loro stesse sono le proprietarie, diciamo così. È comunque difficile, molto difficile. L’idea è un sogno. Lavorano solo quattro ore al giorno, hanno un salario minimo per poter accudire i figli, ma è difficile con persone che non hanno una formazione; qualcuna non sa neanche leggere. Sono persone abituate a relazioni basiche, istintive, e anche questa è una sfida. L’idea però mi è sembrata geniale perché non vuol dire solo dare un aiuto, ma mette la persona in grado di guadagnarsi da vivere e, quindi, in qualche modo di coltivare un senso della propria vita.

Questo è un garapé, una specie di laghetto: a volte questi torrenti che attraversano la foresta si aprono ed è il massimo divertimento fare il bagno. Io ho sempre un po’ paura perché a volte mi dicono che lì vicino c’è un’anaconda o c’è un coccodrillo, ma per il momento è andato tutto bene. 

Qui sono dei giovani che, con una padella, stavano vendendo non so che cosa ad una festa. 

Qua è suor Francisca che abita al km 7 e questa è un’altra suora che ci aiuta nella pastorale dei giovani. Si capisce qui lo spirito di appartenenza, per cui ho regalato queste magliette a tutti i giovani che andranno a Rio de Janeiro così loro possono usarla quando stanno vendendo o ci sono dei raduni. 

Queste foto mostrano un po’ i lavori che stiamo facendo insieme 


Vorrei invece spendere una parola sull’idea di missione, poi concludo questa mia riflessione lasciando a voi la parola se ci sono delle domande. Mi sono chiesto tante volte qual è la mia missione. Uno dei testi che più mi ha aiutato a dare una risposta è nel libro degli Atti al capitolo 16:

Attraversarono quindi la Frigia e la regione della Galazia, 
avendo lo Spirito Santo vietato loro di predicare la parola nella provincia di Asia. 
Raggiunta la Misia, si dirigevano verso la Bitinia, 
ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro; 
così, attraversata la Misia, discesero a Troade. 

Durante la notte apparve a Paolo una visione: 
gli stava davanti un Macedone e lo supplicava: «Passa in Macedonia e aiutaci!».
Dopo che ebbe avuto questa visione, 
subito cercammo di partire per la Macedonia, 
ritenendo he Dio ci aveva chiamati ad annunziarvi la parola del Signore.

È un testo che mi ha illuminato molto e che considero interessante sulla missione. Paolo, Sila e Timoteo avevano la loro idea: andiamo a formare una comunità là, avevano un progetto. Lo Spirito di Gesù, lo Spirito Santo, però, glielo impedisce due volte, poi un sogno, un macedone che li chiama.
Ecco l’idea di missione che dentro di me si è formata quest’anno: accantonare le mie idee ed i miei progetti, o meglio, dobbiamo avere un’idea ed un progetto, ma dobbiamo essere pronti ad accantonarli per accogliere le persone che si presentano con un bisogno: "Vieni e aiutaci" e quella è diventata la missione di Paolo.
Pensavo cos’ anche il mistero del Natale in questi giorni: Gesù nasce bisognoso, come un bambino, e chi lo accoglie accoglie Dio. Dio ci chiama in questo modo! Per me tutto questo è molto reale perché qualche volta è successo, all’inizio era settimanale poi per fortuna si è diradato, che ero lì in casa il mattino alle 7, stai cercando di pensare e di studiare, ma arriva qualcuno:
"Senti, puoi portare mia zia all’ospedale?"
"Adesso?"
"No, tra mezz’ora!"
Allora pianti lì tutto e pensi: "Ma non sono un taxista, però io ho la macchina e perché io devo avere il diritto di andare se ho bisogno, mentre loro non hanno neanche i soldi per comprare il biglietto dell’autobus?"
Queste parole assumono quindi un significato molto concreto: incontri qualcuno che ti chiede qualcosa e ti costringe a cambiare i tuoi piani.
Ho pensato anche a quando ero qui in Italia e qualcuno voleva parlare con me e allora, agenda alla mano, fissiamo un incontro da qui a due mesi! Chiaro che qui è diverso, è complesso e non voglio dire che sia la stessa cosa, un progetto è inevitabile, ma mi ha molto sollecitato questa cosa.

Il Signore molte volte entra nella nostra vita, in sogno, in persone che hanno bisogno, che disturbano i nostri progetti e le nostre idee e che ti chiedono aiuto. Nell’accogliere quell’aiuto tu puoi incontrare Dio.
A me non è mancato nulla in Brasile: la vita è molto semplice. Ho comprato solo un mese fa una televisione anche perché mi han detto che mi poteva aiutare per la lingua e va bene, ho comprato un televisore che prende un canale (male) ma è sufficiente. Per il resto non mi è mancato davvero nulla.
Vestiti non è possibile averne molti perché ammuffiscono a causa dell’umidità, è meglio averne pochi e lavarli spesso. Una vita molto semplice, ma ricca nelle relazioni. Nella gratitudine che le persone esprimono quando entri nelle loro case, nell’ascolto delle persone, nel restare in silenzio senza sapere cosa dire di fronte a certe situazioni, io sperimento che è il Signore che mi sta chiamando.

Vi faccio ascoltare un ultimo canto così potete ripensare a qualcosa di quello che ho detto poi, se ci sono domande o considerazioni, le ascolterò molto volentieri.
Io non vi ho detto tutto, è chiaro. Qualcosa ho volutamente lasciato fuori perché sono cose che vorrei ancora capire bene. Questo è un canto che manifesta quella tendenza, quel fenomeno carismatico pentecostale molto forte in Brasile, che si manifesta nell’invocare lo Spirito Santo. Questo è proprio un canto che chiede e chiama lo Spirito Santo per trasformare la vita. 



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