Pensieri in libertà 5

21 settembre 2012
Si riparte con un dolce ricordo

Eccoci di nuovo con "pensieri in libertà"!
Mi sono fermato dopo Pasqua e l'ho fatto solo per un motivo: "vediamo se qualcuno mi chiede di scrivere ancora sta roba"
E, in effetti, qualcuno mi ha chiesto di tornare a scrivere. Allora ricomincio, non perché volevo sentirmi pregato (si prega solo il Signore), ma perchè significa che qualcuno legge queste righe e ne ha piacere.
Non sono righe che suscitano dibattito, ma pensieri nei quali uno si lascia andare al di là del ruolo e degli impegni; sono appunto righe "in libertà".
Sta ripartendo un anno e dopo un'estate intensa e per alcuni versi complessa, c'è un pensiero che mi ha colpito più di chiunque altro e sul quale, come comunità, torneremo spesso quest'anno.
Il pensiero lo prendo dalla lettera pastorale del nostro Arcivescovo, il Cardinale Angelo Scola.
L'11 ottobre incominceremo ufficialmente l'anno della fede, voluto dal Papa per celebrare i 50 anni del Concilio Vaticano II e i 20 anni della pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica. Sulla base di questa importante indicazione del Santo Padre per la Chiesa universale, il nostro Vescovo ha scritto la lettera dal titolo: "Alla scoperta del Dio vicino".
A pagina 10 c'è un invito che giudico meraviglioso, eccolo: 

"Nell’Anno della fede le nostre comunità dovranno concentrarsi sull’essenziale: il rapporto con Gesù che consente l’accesso alla Comunione trinitaria e rende partecipi della Vita divina.
Come ogni profonda relazione amorosa il dono della fede chiede i linguaggi della gratitudine piuttosto che quelli del puro dovere, decisione di dedicare tempo alla conoscenza e alla contemplazione più che proliferazione di iniziative, silenzio più che moltiplicazione di parole, l’irresistibile comunicazione di un’esperienza di pienezza che contagia la società più che l’affannosa ricerca del consenso. In una parola: testimonianza più che militanza".

Concentrasi sull'essenziale! E' vero, non lo facciamo abbastanza e, nella nostra vita personale come in quella comunitaria, rischiamo di perderci in mille questioni che l'essenziale non sono.
L'invito del vescovo è quello di riscoprire il dono della fede come "ogni profonda relazione amorosa".
Fa girare la testa questa definizione! Eppure, se ci penso bene, è così. Io, ad esempio, non ho fatto il prete perchè mi piaceva una veste nera, o perchè impazzivo per la liturgia, o perchè volevo animare un oratorio e organizzare una serie di eventi.
Ho fatto il prete perchè mi sono innamorato di Gesù Cristo e basta. Poi ho imparato a mettere la veste (raramente), a vivere la liturgia, ad animare l'oratorio e a organizzare cammini pastorali per le mie comunità. Ma queste e altre conseguenze non potrebbero esserci senza una relazione amorosa con Lui all'origine di tutto.
Ma non è vero solo per me, prete. E' vero per te che stai leggendo e solo per il fatto che sei cristiano/a.
E il vescovo continua con precisazioni puntuali ed efficaci: 

"Gratitudine più che dovere,
conoscenza e contemplazione più che iniziative,
silenzio più che parole,
esperienza di pienezza che contagia più che ricerca di consenso,
testimonianza più che militanza." 

È un quadro meraviglioso. Bisognerebbe imparare a memoria questa efficace cascata rinfrescante di parole. E chissà se saremo capaci di ricordarcele.
Beh, abbiamo un anno per farlo; aiutiamoci.

Mi aiuta a fare memoria di queste parole un dolce ricordo. Si chiama: Carlo Maria Martini.
La prima volta che l'ho incontrato avevo quasi 14 anni. Era l'ottobre del 1980 e il non ancora Cardinale Martini venne in visita come Arcivescovo alla festa dell'oratorio di Cernusco sul Naviglio.
In quei giorni si doveva svolgere a Roma il sinodo dei vescovi sulla famiglia. Il mio prete dell'oratorio decise di proporre che la mia famiglia rappresentasse tutte le famiglie di Cernusco tenendo un discorso di benvenuto all'Arcivescovo.
Mi ricordo che la sera prima ci sedemmo, come famiglia, intorno al tavolo per scrivere il saluto che poi papà avrebbe letto davanti al vescovo e alla comunità.
E quella sera incrociai per la prima volta quel suo sguardo austero e affascinante.
L'anno dopo io entravo in seminario. Il ricordo più bello che ho di Carlo Maria in quegli anni è di qualche giovedì durante il primo anno di seminario a Seveso. il giovedì era il giorno in cui il Vescovo faceva il "day off" cioè trascorreva una mattina o un pomeriggio a camminare in montagna.
Al ritorno dalla montagna a sorpresa arrivava in seminario e allora venivamo convocati in cappella.
Il Vescovo ci faceva prendere il Vangelo e la penna e ci insegnava a leggere e a pregare la Parola.
Erano i primi abbozzi di quella che sarebbe diventata la Scuola della Parola.
Da allora la lectio divina è diventato il mio modo naturale di pregare personalmente. Da lì qualsiasi discernimento sulla mia vita l'ho fatto con quel metodo. Da lui ho imparato che quando devi prendere una decisione o fare una scelta non devi farti mille domande e trovare mille scuse; devi solo chiederti: "Cosa dice Gesù su questa questione? Quale scelta mi indica la Parola?"
Dando così il primato alla Parola ogni scelta diventa un'obbedienza che rasserena e fortifica.
Sono stati giorni fantastici quelli passati in casa sua alla vigilia dell'ordinazione presbiterale!
Carlo Maria invitava i candidati al sacerdozio ministeriale a passare alcuni giorni con lui, a seguire i suoi appuntamenti, a dialogare con lui in gruppo e personalmente.
Cinque anni dopo l'ordinazione ci aveva richiamato uno per uno. Tra te e lui c'era il suo computer. Iniziò il colloquio così: "Bene don Luca, 5 anni fa mi hai detto così...e così...ora come ti rileggi dentro le aspettative che avevi e di cosa sei soddisfatto? Quali fatiche trovi nel ministero?" Ha tirato fuori quello che lui s'era annotato 5 anni prima e che, sinceramente, io non mi ricordavo!
Lui mi aveva mandato a Busto dicendomi: "Vai al mio oratorio". Sì perchè lui nel 1947 quando studiava all'Aloisianum di Gallarate - dove è morto - andava tutte le domeniche, in bici, a fare esperienza di oratorio al San Filippo Neri di Busto Arsizio. Io ho svolto i miei primi anni di ministero proprio lì. E nel 1996 mi fece il regalo di venire al mio e suo oratorio di un tempo, vivendo con migliaia di persone una serata indimenticabile. 

Già... potrei andare avanti per ore ad elencare le cose che mi legano a lui.
Ne ricordo solo due.
La settimana con lui a Betlemme. Predicava gli esercizi ad un gruppo di preti di una congregazione religiosa. Di questa congregazione faceva parte uno di Desio che mi aveva invitato. Martini era già in pensione da due anni e io ero l'unico di Milano che si presentava a quel corso.
Ricordo il suo abbraccio caloroso quando mi vide; pensai che era proprio invecchiato perchè non era suo costume compiere gesti di quel tipo, ma gli anni e la tranquillità lo avevano sciolto moltissimo. Ricordo le serate passate con lui a camminare e a parlare, noi due soli, guardando la città di Betlemme illuminata.
Lo salutai chiedendogli di confessarmi. L'ora e mezza che passai in quella confessione non fu dettata dai miei peccati, ve lo giuro, ma dalla bellezza di un colloquio che non dimenticherò mai.

Come non dimenticherò mai il secondo ricordo che voglio comunicarvi.
Dopo i primi 5 anni di messa spensierati ho vissuto un momento delicato del ministero. Ho passato un periodo nel quale, come prete, facevo fatica ad accettare la Chiesa, alcune sue scelte, alcune sue lentezze, alcune sue debolezze . Avevo dato la vita per Lei ma in quel momento La sentivo come fredda istituzione. Come può capitare in un matrimonio.
Chi mi seguiva mi propose di partecipare al pellegrinaggio con i preti più giovani di me a Siena. Io avrei partecipato come "fuori quota" rispetto ai preti più giovani e siccome il tema riguardava la Chiesa, avrei potuto trovare un giovamento spirituale. Il pellegrinaggio prevedeva la presenza di Martini insieme ad altri relatori.
Una sera ci fu la relazione del vescovo di Siena e il dibattito. Durante il dibattito io feci un intervento deciso e appassionato. Oltre al vescovo di Siena e al Vicario generale della nostra diocesi, Martini era lì e mi aveva ascoltato.
Al termine il Vicario generale, davanti a Martini, mi chiamò e mi rimproverò. Secondo lui il mio intervento era stato "arrabbiato e di cattiva testimonianza per i preti più giovani di me". Io risposi con lo stesso calore che l'arrabbiatura derivava dal fatto che chiedevo soltanto di capire come amare questa Chiesa che avevo scelto di servire. La discussione avvenne davanti a Martini che non disse niente e ci vide andare via tutti e due abbastanza seccati.
Il giorno dopo il pellegrinaggio si chiudeva e nella messa conclusiva, nel duomo di Siena, allo scambio della pace, tutti i 150 preti giovani dovevano salire a scambiare la pace con il Cardinale Martini. Io non volevo andarci perchè non c'entravo niente con loro, ma chi mi aveva convinto a partecipare mi convinse anche ad andare a fare quel gesto.
Quando Carlo Maria mi abbracciò mi disse: "Don Luca io ho molto stima di te e noi abbiamo bisogno di te".
Da allora io ho deciso di amare la Chiesa a qualsiasi costo, anche quando faccio fatica. E il perché sta nel fatto che in lui ho sentito una Chiesa che ascolta e non giudica.
Carlo Maria da lì in poi mi ha insegnato ad amare la Chiesa reale e a servirla come una sposa. Mi ha insegnato che le cose si cambiano stando dentro e vivendo l'intelligenza di sperimentare cose nuove, ma nell'obbedienza di un cammino comune.
Solo nella comunione si fa la verità. E se questo cammino è arduo, è un cammino da privilegiare.
Del resto, nel suo motto l'aveva detto fin dall'inizio:
"Pro veritate adversa diligere".

Grazie Carlo Maria, padre, pastore, testimone. 

Ciao, don Luca


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