9 ottobre 2011 - Rigenerati dal dono

9 ottobre 2011 - Rigenerati dal dono
da: "Il soffio"

"Quando parti?". "E cosa farai esattamente in Brasile?". "E quanto tempo starai là?". "E la lingua?". "Ma hai deciso tu di partire oppure te l’hanno chiesto?". "E non ti dispiace di lasciare i tuoi amici?". Quante domande!
Sono quelle che in questi giorni mi rivolgono tutti quelli che mi incontrano o quelli che, solo ora, hanno saputo della mia prossima missione come fidei donum in Brasile. C’è curiosità ma anche molta stima e affetto (come nelle parole di quella bambina che, tirandomi per la giacca dopo la messa, mentre dall’altare guardavo la gente uscire di chiesa, mi chiese con la sua voce dolce e delicata: "Ma tu, ti ricorderai di me?"!). Per questo, in queste poche righe vorrei condividere alcuni pensieri che, almeno in parte, sono una risposta a questi interrogativi.

1. Iniziamo con qualche notizia di cronaca. Tutto è iniziato nel mese di aprile del 2010 quando, al termine di una riunione docenti in seminario, il rettore ci ha comunicato il rientro in diocesi di don Mario, dopo sei anni trascorsi in Brasile come insegnante di teologia, aggiungendo, a nome del cardinale, l’invito – se qualcuno avesse voluto – a prendere il suo posto come docente di teologia nell’istituto teologico di Belém in Brasile. L’idea, precisava il rettore, sarebbe quella di incoraggiare una conoscenza, uno scambio e una comunione tra le Chiese. E, per questo motivo, non si sarebbe trattato di una missione infinita, ma di un servizio di sei anni. La "cosa" mi ha subito interessato e, dopo un tempo di discernimento, alla fine del mese di settembre ho dato la mia disponibilità. Mi piace pensare che, da un certo punto di vista, questa missione mi è stata affidata attraverso una richiesta che assomiglia (in un certo senso) a una nuova vocazione; mentre, da un altro punto di vista, si tratta di una mia scelta. Se nessuno mi avesse proposto questa missione, non l’avrei nemmeno immaginata. Da questo punto di vista questa missione è una risposta a una chiamata dove altri hanno deciso dove sarei andato, cosa avrei insegnato e per quanto tempo. Ma, è pur sempre vero che, se io non avessi risposto a quell’invito generico, riconoscendolo proprio come un invito rivolto anche a me, questa missione non ci sarebbe stata. Da quest’altro punto di vista, quindi, questa missione è una mia scelta di fronte a un invito che solo la mia decisione ha trasformato in una chiamata alla missione. Credo che la vita di un cristiano si dispieghi sempre in un dialogo con il Signore nel quale, se da un lato, come sulle rive del lago di Galilea, Gesù ci chiama a seguire Lui, dall’altro lato, nell’uomo che ascolta questa parola si sprigiona tutta la creatività e la fantasia caratterizzeranno in modo del tutto personale la sua storia di discepolo nella Chiesa.

2. "Sì, d’accordo, ci hai raccontato come è nata la cosa, ma... perché?": mi pare di sentire affiorare già quest’ulteriore domanda! Perché? La mia disponibilità iniziale è stata, all’inizio, quasi istintiva. In realtà "sotto sotto" c’era qualcos’altro che solo lentamente ho saputo riconoscere grazie a uno dei brani di Vangelo che mi hanno accompagnato spesso dall’adolescenza fino ad oggi. Mi riferisco all’incontro tra Gesù e quel "tale" ("giovane") ricco che, correndo incontro a Gesù gli chiese cosa avrebbe dovuto fare per avere la vita eterna. Spesso avevo riflettuto sullo sguardo di Gesù ("fissatolo, lo amò"), sulla bontà del Padre ("Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo"), sull’invito di Gesù ("Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi"), sulla tristezza di quel giovane ("egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni") e sulla promessa di Gesù ai discepoli ("In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto...").
In questi mesi, però, ho colto in modo del tutto nuovo il senso dell’invito di Gesù. Perché – mi sono detto – Gesù ha chiesto a quel giovane di dare tutto e di seguirlo? Ecco la risposta che, in modo del tutto spontaneo e convincente, mi si è imposta: perché Gesù ha compreso che era proprio questo quello di cui quel giovane aveva bisogno! Gesù non pensa innanzitutto ai poveri e neppure alla sua missione. Se chiede di vendere tutto, darlo ai poveri e quindi seguirlo, non è perché i poveri hanno bisogno di qualcosa o Gesù stesso ha bisogno di un altro discepolo... ma è perché quel giovane ha bisogno... di donare! Gesù si preoccupa solo di lui. Il "vendere tutto e darlo ai poveri" non è il sacrificio necessario per seguire Gesù e quindi il lasciapassare entrare la vita eterna (come se seguire Gesù significasse sacrificare la gioia della nostra vita in attesa di un’altra vita)! Quella richiesta svela a quel giovane quello di cui lui ha bisogno per entrare (già ora!) nella vita eterna: donare tutto. Questo è il segreto della vita. L’avevo già scoperto, molti anni fa quando diciottenne, il 26 settembre 1988, sono entrato in seminario. Ma l’ho "sentito" risuonare ancora una volta nelle stesse parole che Gesù oggi mi ha rivolto quando, ormai quarantenne, l’ho accostato con la stessa domanda di quel giovane: "Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?". A questo punto, perché, dunque, parto? In definitiva, potremmo dire, parto perché Gesù, intuendo nella mia inquietudine che ciò di cui avevo bisogno era ancora una volta donare tutto, mi ha chiesto di seguirlo dando tutto. Tutto qui. E in questo senso trovo del tutto azzeccata la scelta di intitolare la giornata missionaria "Rigenerati dal dono". Solo una vita donata ci rigenera, così come, all’inizio, solo il dono reciproco di un uomo e una donna ci ha generati.

3. Credo di avervi così detto molto. Ma intuisco ancora alcune domande. Provo a esplicitarle in modo casuale. Qualcuno potrebbe pensare – e in effetti qualcuno me lo ha detto – che la missione "vera" in realtà sia qui, dove ci sono molte povertà invisibili! Se è così, perché partire allora? Credo che sia proprio vero. C’è una missione urgentissima anche in Occidente. E ormai sono alcuni decenni che i vescovi ci invitano alla nuova evangelizzazione. Credo però che la domanda che ciascuno deve farsi non sia: "Dov’è più urgente la missione?", ma piuttosto: "Dov’è la mia missione? Dove il Signore chiama me?". In questo senso io ho riconosciuto la voce del Signore nell’invito a partire in questa missione. Se quel giorno il rettore ci avesse proposto qualcos’altro, forse sarei andato da un'altra parte o avrei fatto qualcos’altro. Ma così non è stato. E in quello che è accaduto, concretamente, ho riconosciuto la mia missione. Qualcun altro insiste: "Ma non ti dispiace?". Certo che mi dispiace! Mi è sempre dispiaciuto lasciare una comunità per un’altra comunità. Oltretutto in quest’ultima comunità pastorale mi trovo benissimo con tutti, bambini, adolescenti, giovani, famiglie, preti...! Ma, in un certo senso, è proprio questo "troppo" che mi spinge a rimettermi in gioco, a dare tutto! E’ la gratitudine per un dono immenso che trovo nell’affetto e nell’amicizia di tantissimi, che mi spinge a sentire il bisogno di donare a mia volta tutto.
Ancora. "E se ti sentirai solo?". Altra domanda. Certamente mi sentirò solo. Ma chi non è solo? C’è una solitudine nella quale solo il Signore, se glielo consentiamo, ci fa compagnia! Però, non voglio neppure dimenticare che dovunque sono stato, finora, ho sperimentato concretamente (questi sono fatti, non parole!) la verità della promessa di Gesù che ho già ricordato: "Non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna". Questa promessa si è compiuta infinite volte. E questo mi invita a pensare che sarà ancora così. Anche in Brasile troverò persone che per me saranno come madri, padri, fratelli, sorelle e per le quali io sarò figlio, padre, fratello... E poi, sono profondamente convinto che nella vita nulla di quello che costruiamo sull’amore si perde. Mai. Tanto meno le persone che abbiamo amate!

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La missione si svolgerà nella diocesi di Castanhal, nei pressi di Belém, dove ha sede l’istituto di teologia presso cui inizierò ad insegnare nella prossima primavera. La partenza è prevista per la fine di ottobre.

don Davide d'Alessio 


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