12 novembre 2011 - Il primo racconto

12 novembre 2011

Cari amici,
in questi giorni sono così tante le cose che sento, vedo, ascolto... che sono frastornato. Vorrei però condividere con voi la mia giornata di domenica 6 novembre. Premetto che in questo momento abito nella casa del vescovo, a Castanhal. Qui ci sono anche padre Pedro, padre Marco, padre Marcel e un gruppo di seminaristi. In queste settimane mi sono sempre affiancato a uno di questi padri, accompagnandoli nelle loro comunità. Settimana prossima andrò a vivere tutta settimana con padre Renato, un prete bresciano di circa 68 anni, parroco della parrocchia di Inhangapi. Mi hanno infatti suggerito tutti – e mi è sembrato saggio – di avere pazienza e di conoscere il più possibile la realtà della diocesi. Ma torniamo a domenica 6 novembre...

Mi ero accordato con una donna, Raimunda, che avevo conosciuto durante il mio viaggio di maggio, di andare a far visita alla comunità "kilometro 7" (che nome!) che avevo conosciuto sempre in maggio con padre Mario Antonelli. Mario abitava in quella comunità. Ebbene, Beto, il marito di Benedita, doveva venire a prendermi in moto alle 11.30. Ero un po’ timoroso perché non amo molto le moto e qui le strade sono piene di buche e ogni settimana ci sono incidenti mortali... Arrivati, abbiamo pranzato a casa di Beto e Benedita, c’era anche Raimunda. E c’erano i bambini: Richard e Adalberto, mentre Lucas Mateos dormiva e Kattlyn (8 anni), la maggiore, è arrivata più tardi. Quando mi ha visto mi ha abbracciato, ricordando quando ci siamo conosciuti in maggio. C’era moltissimo cibo sulla tavola. Ogni tanto arrivava qualcun altro e, qualcuno dei presenti si alzava, lasciandogli il posto. Così è venuta Cira con Jessica (il marito ha fatto una brevissima comparsi più tardi), irmã Francisca (cioè suor Francesca), Soccorro... e altre persone. Ne è venuto fuori un pranzo "continuo" dove gli invitati, tranne me, si sostituivano continuamente. C’era il caranguejo, patate, insalata, frango assado... c’era la pasta "macarão", cioè pasta italiana (in questo caso spaghetti)... Dopo pranzo mi hanno offerto la possibilità di "descanso" cioè di "riposarmi", nella loro camera da letto. Ho accettato così da lasciar loro il tempo di sistemare con calma. Più tardi mi sono ritrovato con Benedita e i bambini. Il marito era al lavoro. I bambini mi si sono affezionati subito. Verso metà pomeriggio con Benedita, Cira e Raimunda e i bambini siamo andati a trovare alcune famiglie che ricordavo. Sotto un cielo grigio, andando su quelle strade di terra battuta, piene di buche, incontravamo altri bambini che si aggregavano a noi... Daìze, con Maria Clara (una bimba di due anni circa), è stata felice di vedermi: ora attende un altro bimbo. La loro casa era piena di bambini. Tutti solo con le mutandine. Ho incontrato anche i vicini di casa. La mamma Cristiane (21 anni circa!) con le sue bambine: Maria Eduarda e Maria Lorena che stava dormendo. Salutando altre persone lungo la strada abbiamo raggiunto la casa di dona Nazaré. Era felicissima di vedermi. Ha insistito perché entrassimo in casa e poi non sapeva più come scusarsi, vergognandosi, perché non aveva neanche una sedia (aveva però la televisione, accesa)! Ci siamo seduti per terra. Ci ha offerto un caffè. Ho accettato. Ma non avrei dovuto farlo. Non aveva infatti caffè in casa e ha dovuto insistere con un figlio perché andasse a prenderlo da qualche parte... Raimunda mi ha proposto poi di andare a trovare una donna, alla quale, proprio quella notte, avevano ucciso il figlio! Era il terzo figlio che perdeva in due anni! Una figlia le era morta per malattia, un altro figlio ucciso! Sedeva fuori dalla casa, molto povera. Sotto una piccola tettoia davanti alla porta di casa un’altra figlia allattava la bimba di 20 giorni, assistita da un’amica, credo. La povera madre, invece, sedeva un poco distante. Attorno a lei c’erano delle sedie vuote. Raimunda mi ha presentato brevemente. Ci siamo seduti in silenzio. Lo sguardo della madre era fisso nel vuoto, gli occhi umidi. Si è avvicinata una donna, le ha abbracciato la testa e l’ha incoraggiata ad avere forza in Dio. E’ scoppiata in pianto per qualche secondo, poi ha ripetuto: "Sì, solo Dio può darmi la forza". Le ho chiesto il nome del figlio promettendogli che avrei pregato per lui nella messa della sera. Al momento non mi ha detto nulla, ma quando ci siamo alzati e l’abbiamo salutata, mi ha chiesto se davvero l’avrei ricordato durante la messa. Quando l’ho confermato, ha annuito con riconoscenza. Con Raimunda, vero angelo custode, mi sono incamminato in silenzio verso la casa di Benedita. Lì si son fatto una doccia (loro ne fanno anche 5 o 6 in un solo giorno), quindi mentre attendevo che anche Benedita si preparasse ho giocato con Kattlyn e Richard a "Rei, Banana, Carrasco", un gioco... con le ciabatte!

La messa è stata molto bella. Il clima era molto accogliente. Tanta gente. Il salone era pieno. C’erano anche tanti bambini, che entravano e uscivano (non ci sono infatti finestre e porte come le intendiamo noi, ma solo il riquadro nel muro). Io ero molto stanco, stordito. Oltretutto c’era poca luce, il tavolo che serviva come altare era basso... dovevo tenere in mano il messalino perché altrimenti non riuscivo a leggere. Con l’altra mano reggevo il microfono. Girare le pagine diventava un’impresa. Mi sono presentato e ho fatto del mio meglio. Mi spiaceva però non poter parlare con scioltezza, dover leggere una piccola riflessione anziché parlare guardando in volte le persone, non potermi rivolgere liberamente ai bambini... Il momento dello scambio della pace con tanti abbracci è sempre uno dei momenti più belli. In queste piccole comunità tutti, ma proprio tutti, si abbracciano.
Dopo la messa ho salutato alcune persone... irmã Francisca voleva darmi i soldi raccolti come offerte, secondo il loro uso, ma ho rifiutato subito senz’indugio, dicendo che lasciavo tutto alla comunità. Benedita, sentendomi, disse che ero un "verdadeiro padre italiano"! Mi sono seduto accanto a Cira. Mi disse che era triste e felice, insieme. Avevo colto che c’era "qualcosa". Oltretutto a messa era arrivata tardi. Mi ha invitato ancora ad andare a trovarla, vorrebbe parlarmi... Fuori, nel prato tra la sala della comunità e la casa di irmã Francisca, mentre la gente si raccoglieva attorno a un piccolo palco dove alcuni giovani suonavano, ho scelto di giocare con i bambini. Qualcun altro si aggregava. Mi prendeva la mano. Una bambina, bellissima, dopo aver chiesto tre volte a Jessica "Quem é ele?" (Chi è lui?), mi ha sorriso e ha voluto prendermi la mano. Altri ragazzi sapendomi amico (pensavano "irmão", fratello) di padre Mario mi hanno stretto la mano con stima... Un’ultima sosta nella casa di irmã Francisca, sono ripartito in moto...
Mi sono sentito come... "allucinato". Troppe emozioni, sentimenti, frammenti di pensieri... neanche quando mi sono seduto, con calma sono riuscivo a riflettere. Le immagini si susseguivano una dopo l’altra. Ho sperimentato l’accoglienza gratuita di persone che appena mi conoscevano, la generosità di persone poverissime, quanto grande può essere la gratitudine per una visita, gli abbracci di altri fratelli e sorelle nella fede, la dignità di una madre nel momento del dolore, la fiducia sorridente dei bambini, la presenza passo passo di qualcuno perché non mi sentissi solo... la fede di Dio presente nel mistero della vita e della morte... 


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