21 dicembre 2011 - Gli auguri

Natale 2011

Carissimi amici,
ormai sono trascorsi quasi due mesi, dal mio arrivo in Brasile, il 28 ottobre e vorrei raccontarvi qualcosa di quello che ho vissuto in questo periodo, anche se è davvero difficile raccogliere i pensieri..

1. Una sensazione mi ha accompagnato in tutto questo tempo. O, meglio, un sentimento: la gratitudine. Quando prego, al mattino, dedico sempre un po’ di tempo a ricordare tutte le persone con cui ho condiviso il mio cammino finora, nelle diverse comunità, in Italia. In particolare, ricordo con un’intensità fortissima l’ultima domenica trascorsa nella comunità pastorale... la messa al mattino, i giochi e, soprattutto, i saluti interminabili nell’oratorio di Aicurzio. Come in un film, bellissimo, rivedo i volti di tutti: i bambini, i primi che, quando don Luca ha detto: "Adesso se volete potete salutare don Davide", mi sono corsi incontro, poi gli adolescenti, i giovani, le famiglie... rivedo le lacrime sui volti di tanti e sento ancora il calore degli abbracci! Se chiudo gli occhi vi rivedo tutti... e come vorrei riabbracciarvi!
Ma la gratitudine in questi mesi è anche nei confronti di questa terra, di questa chiesa brasiliana. Ora abito ancora in casa con il vescovo e altri sacerdoti. A volte sono un po’ solo... desideroso di potermi buttare a capofitto in qualche comunità, ma seguo pazientemente il consiglio che mi è stato dato, quello di conoscere meglio la realtà, prima di avventurarmi da solo... Su invito di qualche confratello, qualche volta celebro la messa in una delle tante comunità. Ogni parrocchia qui è composta da tante comunità (possono essere anche oltre 100!), dove normalmente la domenica si celebra il culto della Parola, perché il parroco si reca a celebrare la messa una volta al mese (a volte, però, solo una o due volte all’anno!). Le comunità sono molto povere e, spesso, piccole. A volte non hanno una chiesa vera e propria e neppure una costruzione che possa servire come chiesa... Il clima però è sempre bello. Quando celebro la messa in queste comunità sono felice. I canti sono semplici, ma "caldi", spesso accompagnati da alcuni gesti... C’è un canto che sostituisce il saluto iniziale (Nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo) e che termina... con un applauso! Vi immaginate? Ci sono molti giovani e, spesso, molti bambini. Allo scambio della pace i bambini salgono o si avvicinano all’altare a ricevere la pace del sacerdote... amo moltissimo questo momento: gli vado incontro e mi attardo a scambiare la pace anche con la gente... Tutto questo suscita un senso di gratitudine grandissimo. Gesù ha promesso ai suoi discepoli che sarebbe sempre stato con noi... non ci ha promesso che ci sarebbe sempre stato qualcuno con cui pregare! Ecco: trovare fratelli e sorelle che pregano lo stesso Padre e in nome di questa fede mi accolgono con semplicità, gratitudine, affetto... tutto questo suscita un senso di gratitudine molto grande.
A proposito delle comunità, vi racconto un paio di episodi simpatici. Una sera (perché qui la messa è al mattino presto, alle 7 o alle 9, e alla sera alle 19.30; di giorno fa troppo caldo!) vado a celebrare la messa in una comunità dove il parroco, non potendo essere presente, mi ha chiesto di sostituirlo. Quando arrivo, scopro che è un momento di festa, la festa di quella comunità. Ci sono molti bambini. Mi spavento un po’, perché è sempre difficile parlare ai bambini e catturare la loro attenzione dovendo parlare in un’altra lingua! Ma tutto va molto bene. Alla fine, sono soddisfatto. Siedo all’esterno, mangiando e bevendo un "piatto" di tacacá (un intruglio strano, salatissimo, fatto di brodo, calamari e erbe). Arriva una bambina, avrà avuto più o meno 5 anni, e mi dice: "Por que o Senhor fala inglês?" (Perché lei parla inglese?). Le ho fatto ripetere tre volte la domanda... poi, finalmente, ho capito e le ho risposto sorridendo: "perché... sono italiano!". Quella bambina, sentendo un accento strano pensava che io parlassi inglese! E io che mi illudevo di aver parlato bene!
Un’altra volta, invece, dopo aver celebrato la messa nella cattedrale di Castanhal, alcune coroinhas (chierichette) mi dicono: "Nòs coroinhas gostamos muito do Senhor!" (A noi chierichetti lei piace molto). "Porque?", chiedo. E loro: "Porque o Senhor è... legal" (perchè lei è legal). "Legal?", ho chiesto. "È. Legal!" (Sì, legal) hanno ripetuto annuendo. Legal: una parola intraducibile. Vuol dire tutto, un po’ come "cool", in inglese. Giusto, positivo, bello. In quel caso voleva dire: "Sei ok!". Sono scoppiato a ridere.
2. In questi giorni ho la sensazione che un primo periodo della mia esperienza sia terminato o stia terminando. E’ un tempo che definisco... "turistico". In questi mesi ho cercato di conoscere tutto quello che potevo della diocesi, dal cibo ai luoghi, dalla lingua alle abitudini. All’inizio, il primo mese, ho accompagnato diversi padri (qui solo il vescovo è "dom", i preti sono "padres") nella loro pastorale. Ho partecipato all’assemblea diocesana (spaccato interessante sulla diocesi); al servizio della "mensa della carità" che tutte le sere porta una minestra calda in ospedale e a diversi "moradores de rua" che dormono qua e là sulla strada; ho predicato un ritiro di due giorni ai diaconi permanenti (!); ho chiacchierato con diversi padri, con i seminaristi... E’ stato un periodo interessante, di curiosità, di meraviglia, di novità... ora inizio a sentire il desiderio di iniziare una vita... diciamo così... "normale". Ma non è semplice! Se la normalità, normalmente, è data da una casa (da una famiglia), da una comunità (amici!), da un lavoro... nel mio caso si tratta di scegliere una casa dove abitare stabilmente, avere una parrocchia dove servire aiutando il parroco e insegnare all’istituto di teologia. La scuola inizierà in febbraio... la parrocchia, al momento, il vescovo sta valutando diverse possibilità e mi ha chiesto pazienza... La casa... ho deciso di abitare al Km 7 dove – ricordate? – ho trascorso quella domenica straordinaria. Anche se non sarà facile organizzarsi (e, in primo luogo, si tratta di comprare una casettina). A proposito, celebrerò là la messa della vigilia di Natale. Ci sono stato, al Km 7, anche martedì scorso, il 13 dicembre. Ho visitato la scuola. E’ una scuola di ensino fundamental, più o meno le nostre elementari. Ho pranzato con gli insegnanti e giocato (correndo a piedi nudi!) con i bambini. La sera ero distrutto e felice: la "magia" si è ripetuta. E’ sempre stato così. La semplicità dei bambini, l’affetto, il sorriso, la spontaneità... sono universali. Qui, però, devo dire i bambini sono davvero molto affettuosi. E’ bastato giocare un po’ con loro perché alcuni già il giorno dopo mi corressero incontro abbracciandomi. 

3. Ora, infine, alcuni frammenti sparsi... il tempo: è difficile percepire il trascorrere del tempo. Sembra di vivere in un eterno presente. I giorni sono tutti uguali (sto aspettando la stagione delle piogge, per vedere un po’ cosa succede): sole, sole, sole. Nel pomeriggio il cielo si copre un po’, ma il caldo non diminuisce. Il sole sorge alle 6 e tramonta alle 18. Poco dopo è già notte fonda. E al mattino, alle 9, è già molto molto "quente": caldo. Credo che il clima incida nella percezione della vita. Qui si vive al presente. E’ facile vedere, nel pomeriggio (ma anche al mattino) persone (soprattutto uomini) sedute, a dorso nudo, sotto un albero, davanti a una casa, a fianco di un baracchino dove si vende un po’ di frutta... così, ferme, senza far nulla. Sembra che la vita sia vita, e basta: dormire, mangiare, bere, respirare, riposare... e nient’altro. I giovani hanno una prospettiva diversa? Credo di sì, ma non so ancora bene. E’ vero, però, che molte ragazze restano incinta molto giovani. E allora iniziano a convivere, lasciando la scuola... anche l’abbandono scolastico in età adolescenziale è molto alto e la qualità della scuola lascia molto a desiderare. A proposito: le ragazze (meninas) a 15 anni celebrano una festa molto molto sentita. E’ la festa che decreta la loro "maggior età": sono pronte per un’esperienza di fidanzamento ufficiale o serio (che molte di loro però non avranno mai perché resteranno incinta prima!). Questo senso del tempo inchiodato al presente spiega la calma, la tranquillità, il vivere alla giornata, ma anche una certa rassegnazione e pigrizia (!). E tutto si riflette in una concezione della vita che mi sembra molto ben interpretata dall’espressione (diffusissima): "Se Deus quiser" (se Dio vorrà). Tutto... se Dio vorrà! E’ un’espressione di fede, certo, ma mi sembra nascondere un certo fatalismo che, da un lato sembra accettare tutto quello che accade (bene e male) come voluto da Dio e, dall’altro lato, sembra dimenticare che anche noi possiamo qualcosa, o no? Sarebbe interessante cercare le origini di questa mentalità, certamente radicata nella cultura indigena e nella storia di sofferenza e violenza compiuta dai colonizzatori... ma anche riflettere sugli atteggiamenti che oggi ancora alimentano questa cultura (tutte le forme di assistenzialismo, tanto statali quanto religiose credo alimentino quest’abitudine a accettare tutto così com’è e a sperare/pretendere che qualcuno – sia Dio, lo Stato o la Chiesa, facciano qualcosa per me). "Se Deus quiser...!". Se Dio vorrà! Ma cosa vorrà Dio?

In realtà, noi, quello che Dio vuole lo sappiamo... lo sappiamo bene da quella notte, ormai lontana, ma sempre vicina ai nostri cuori quando, svegliando i pastori, gli angeli hanno annunciato che è nato un salvatore! «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore » (Lc 2,10-12). Quello che Dio vuole... è che noi siamo felici (una grande gioia), vivendo come suoi figli e fratelli. Vi auguro di scoprire ancora una volta questo mistero, nella gioia di questo Natale! Auguri di cuore!

Don Davide 


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